SOLIDARIETÀ - Giuliano di Lecce, Puglia, Italy

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SOLIDARIETÀ

Campana del villaggio

Prof. Angelo (Franco) Prontera, giulianese, filosofo italiano, saggista, docente di Storia della filosofia presso l’Università degli Studi di Lecce

Gratuità, disponibilità, fratellanza, condivisione alla base di ogni atteggiamento solidale

Tutti oggi, nei gruppi ecclesiali e nei movimenti politici, nelle organizzazioni di volontariato e nelle organizzazioni sindacali, ci riempiamo la bocca della parola solidarietà!
Poco si nota però che nel frattempo e nel contempo oggi abbiamo perduto quasi il senso ed il gusto di rendere e di dire "grazie"
Questo fatto è sociologicamente, moralmente e religiosamente significativo.
Forse è espressione di una realtà più profonda e più preoccupante.
All’epoca nella quale anche io frequentavo il catechismo espressioni come "ringraziamo Dio, "grazie a Dio",o semplicemente "grazie", erano molto più frequenti e significative.
Esse erano anche l’espressione di un modo particolare di intendere la vita e di considerare il rapporto con gli altri.
Esse erano il riconoscimento, cosciente o meno non ha importanza, di un qualche cosa che ci veniva da altri e che riconoscevamo con gratitudine.
Riconoscevamo di ricevere qualcosa e ci sentivamo anche liberamente impegnati a restituirlo sia che si trattasse di un segno di affetto o di un aiuto materiale.
Oggi tutto quello che riceviamo è a noi “dovuto”, è un “nostro diritto”, lo pretendiamo e non riteniamo di dover niente, e tanto meno “grazie”, a nessuno, neanche a Dio se è il caso.
Sia che si tratti di salute che di ricchezza, di successo e di felicità riteniamo spesso infatti di essere gli unici protagonisti e gli unici padroni del nostro destino...
E dietro l’angolo si delinea o la solitudine più nera nel mondo della comunicazione mondiale o il più brutale disprezzo degli altri e dei loro bisogni, chiusi tutti nel nostro egoismo.
All’interno di questo clima e di questo contesto, che senso ha la solidarietà?
Essa si fonda in effetti sulla coscienza modesta e profonda del nostro essere povere e grandi “creature”.
Il nostro stesso essere è “un dono libero” di qualcuno ed il primo nostro atto adeguato è il riconoscimento pieno di questa condizione nella disponibilità a dire, quindi, almeno “grazie”.
Di fatto ognuno di noi non è niente senza l’azione, l’aiuto, la presenza, la collaborazione, l’esistenza degli altri in un determinato contesto di tempo e di luogo.
Non si può essere infatti cittadini del mondo se non si è prima nati a Giuliano o in un villaggio dell’Africa, da genitori contadini o da pastori nomadi, con compagni di giochi poveri o ricchi che siano.
Questo significa che la condizione di “solidarietà” è un fatto naturale e storico incontrovertibile.
Il problema, in questo senso ed in questo caso, è però del tutto morale: siamo in grado di riconoscere che forse dobbiamo agli altri il meglio di ciò che siamo e siamo disposti quindi a cercare di “rendere grazie” a qualcuno ed a tutti e nello stesso tempo a ridare quello che possiamo ed il meglio che abbiamo a quegli altri da cui abbiamo tanto ricevuto?
Se sapremo farlo daremo alla parola “solidarietà” il senso concreto di una “fratellanza” nella quale si condividono dolori e gioie, povertà e ricchezza nel tentativo comune di “accompagnarci” reciprocamente in una “avventura”, quella umana che sta diventando sempre più difficile, sempre più problematica e sempre piu precaria.
Allora, parliamo meno, predichiamo meno di solidarietà e cerchiamo piuttosto di viverla anche in silenzio ed il mondo sarà, anche di poco immediatame migliore.
Lavoriamo!


art. pubblicato su:"LA CAMPANA DEL VILLAGGIO" ediz. 29.6.95
"Esperienze"


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1 commento
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2016-12-28 15:04:44
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