Racconti di piazza - Giuliano di Lecce, Puglia, Italy

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Racconti di piazza

Campana del villaggio

di don Rocco Zocco

Didascalie in bianco e nero per vecchi ricordi di Piazza S. Giovanni

La colonna, dirimpetto alla Chiesa Madre di Giuliano, è ignota ai più.

Sino a quarantanni fa vi era legato il cavallo dei Ferrari
, per i quali guadagnava il pane, con il suo giornaliero carico di conci di tufo. Un dettaglio nel particolare: una colonna, appunto, che per la sua posizione non si lascia segnalare con facilità, nel mezzo di una piazza dai trascorsi tranquilli e operosi della buona gente di una volta; ed un animale da traino, quali non si vedono più circolare per le strade, presenza tra tante che in passato guarnivano di vita l'angolo più bello del paese.
La piazza ora è vuota! Vuota è anche la “rua”, un vecchio vicoletto, affluente di più immediato sbocco nella piazza. Ma il tutto, più che desolare, come i milionari ruderi del meno fortunato “S. Pietro”... affascina.
Si ha, infatti, l’impressione che la piazza ospiti una scena momentaneamente abbandonata dagli attori, e che la commedia sia per ricominciare da un momento all’altro.
Chi ha avuto l’opportunità di figurarsi i personaggi e gli interpreti di quel piccolo mondo antico, in movimento quasi letterario sullo sfondo di una scena, che poteva benissimo ispirare “Il sabato del villaggio”, o un’impressione del genere, si è pure figurato quale contesto di umanissime situazioni sia poi venuto a mancare.
La piazza, più che cornice per romantiche passeggiate serali, o per malaccorti appostamenti amorosi, o... per un’invisibile danza di ombre del passato, ancor uniche abitatrici del luogo, la piazza, fu spazio vitale di un paese che, per l’acqua o per l’amore, per il gioco o per gli affari, per la Religione o per gli incontri, la sceglieva sempre.
La sceglievano anche alcune galline che ogni giorno vi razzolavano, come su di un’aia, favorita di tutti gli avanzi delle mense domestiche, le cui tovaglie, dopo i pasti, erano ritualmente sventolate fuori dell’uscio di casa.
Nessuno ne era infastidito; e neppure faceva specie una capra che, appostata laddove la piazza defluisce su via Regina Elena, si premurava di belare, quasi in segno di saluto o di monito, a quanti  facevano il loro ingresso nel cuore del Paese.
C’è qui qualcosa del Presepio Napoletano, una evocazione del  genuino candore impresso all’immobile tratto delle sue statuine. Tali furono pure le donne e gli uomini che alla piazza affidavano il disbrigo delle loro incombenze, trasparenti come l'acqua che attingevano alla fontana, vicino la Chiesa , e vibranti come le lettere d’amore imbucate nella centralissima posta.
Al presepio napoletano ancora alludono, le casupole e i palazzi, gli angoli e le strettoie, i cortili e i portoni che, se pure abbandonati, ti riportano a quelle ambientazioni natalizie costruite dalla immaginazione dei vecchi cartapestai leccesi o napoletani.
Può accadere di restarne colpiti e avvinti, come allo scrivente, che entrando fortuitamente in questa atmosfera rarefatta e surreale, ha poi brigato in mille modi, come amante per l'amata, perchè ne fosse parte, in qualche maniera.
Non di rado, nel silenzio della sera, ferve l’immaginazione!
Vi si ritrovano i grandi raduni per la festa patronale o per il Corpus Domini, ancor oggi “frondente” di costumanze evidentemente antiche; vi si immaginano carretti cigolanti che tornano dal passato, colpi di frusta vibrati sul dorso dei cavalli al trotto, e poi abitazioni che conservano, sotto la coltre di polvere e ragnatele, grappoli di pomodori rinsecchiti, la madia per il pane fatto in casa, cestelli di canne, vasellame di terracotta e una volta trapunta di chiodi per i mille usi domestici.
Vi si ascoltano pure i rapaci notturni che tramandano, con i loro sinistri lamenti, paure di malaugurati destini e di oscuri presagi.
Ma torniamo a bomba.
Una sentenza latina, incisa sulla metopa di una finestra, regolava la disciplina nella piazza:

VIDE MANTICAE QUOD EST IN TERGO
“prendersi gli affari propri”,

diremmo alla moderna.
Ma quel linguaggio classico, che già in Chiesa il volgo trattava con arcano, benchè maccheronico rispetto, doveva maggiormente suscitare un’impressione di occulto nella pericope catulliana, “che nessuno ancora è riuscito a tradurre”, esagerano a tutt’oggi certuni, ravvisandovi chissà quale oracolo, sigillato in quell’impenetrabile idioma.
L’ignoto lapicida, d’altronde, non avrebbe potuto pretendere di venir capito neppure se la preziosa indicazione catulliana l’avesse volta in italiano o in giulianese. Una piazza, infatti, è per “destinazione urbanistica” sensibile alle cose di tutti, interessata ai problemi più gravi, attenta alle difficoltà di ogni giorno.
Oggi, però, come la colonna a cui più nessun cavallo è legato, quasi a tirarla fuori dalla cenere del tempo in cui sembra sprofondare, anche la declamazione lapidea di Catullo perde la sua mordace provocazione nello sguardo assente di qualche raro passante, che avrebbe ben più validi motivi per passare ... dalla luna.
Tacciono, ormai, sulla piazza le imprudenti confidenze delle comari, le farsesche battute dei cafoni, gli scherni innocenti dei bambini, il memorare preciso dei vecchi, il borbottare nervoso dei preti.
Anche la fontana monumentale non ha più acqua da far gorgogliare.
Come le vecchie cose, ritrovate negli angoli più riposti della casa, riproducono il simbolo di una storia, da tempo passata, ma ancor vaga di memorie irrinunciabili ed importanti, così la nostra piazza culla il riposo di un’epoca tramontata, che sembra, però, rifiorire nel ricordo dei vecchi, e nella fantasia di chi si lascia incantare da una vecchia colonna a cui un cavallo se ne stava legato.

art. pubblicato su:"LA CAMPANA DEL VILLAGGIO" ediz. 29.6.95
"IMPRESSIONI"

Libro degli OSPITI



 
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1 commento
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