Epigrafie e misteri - Giuliano di Lecce, Puglia, Italy

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Epigrafie e misteri

Documentazioni

Sorprese epigrafiche e misteri sepolcrali nella Chiesa di Giuliano
di Antonio Caloro

Giuliano è un piccolo borgo situato nel cuore della regione del Capo.
Del suo passato si conosce ben poco. Il Rohlfs ritiene che le sue origini siano romane e ne fa derivare il nome da “[Ager] Julianus” (=podere di un Giulio).(1)  

Ma l’insediamento umano nel territorio di Giuliano potrebbe aver avuto luogo in epoca anteriore alla conquista romana, se si vuol tener conto della presenza di un “menhir”
. che oggi, prudentemente protetto da una leggera balaustra di ferro, è collocato al centro di un trivio.
Un’importante testimonianza del passato, frequentemente citata dagli storici locali, è la piccola chiesa di San Pietro
, che il De Giorgi fa risalire “al tempo di Niceforo Foca (sec.X)” quando “i Basiliani abbandonando le grotte incominciarono a costruire sopra terra le loro chiese” .(2)

Del piccolo tempio, che si trova ad ovest del paese distante qualche centinaio di metri, rimangono in piedi soltanto i muri perimetrali e il catino semicircolare dell’abside.
Ben inserito nel tessuto urbano è invece il castello cinquecentesco
; esso conserva intatta la sua struttura con i possenti bastioni e il fossato, mentre gli ambienti interni mostrano i disastrosi effetti di un desolato abbandono.

All’imbocco della strada che conduce alla chiesetta di San Pietro, collocata su una gradinata ottagonale a piramide, si erge una colonna votiva sormontata da una croce di Malta mutila del braccio superire.

Di fronte alla colonna, sull’altro lato della strada, sorge la Chiesa della Madonna del Canneto
. Come apprendiamo da un documento, essa fu costruita a spese dei fedeli qualche anno prima del 1628 (... paucis abhinc annis ex elaemosinis decenter est extructa”.(3)

Sulla facciata sono due distinte iscrizioni, rese però illeggibili dalla sovrapposizione di diversi strati di calce che hanno completamente colmato i solchi delle lettere incisese.
Di un’altra chiesa seicentesca, quella dedicata a San Domenico
, resta soltanto il bel portale barocco. Del tutto scomparsa è, invece, la chiesa dell’antica abbazia di Sant’Antonio Abate. Lo stesso documento precedentemente citato così la descrive: “...L’altare è chiuso da una balaustra di legno. Ha il tetto a volta, è imbiancata e pavimentata con lastre di pietra; è a forma di croce, abbondantemente provvista di pregevoli opere d’arte. Alle pareti sono appese delle vesti, offerte in voto dai fedeli. Ha due porte: una che dà sulla pubblica via e un’altra, attraverso la quale si entra nel giardino appartenente alla Chiesa. (4)

A Giuliano esiste ancora il toponimo rurale “Sant’Antoni”
che designa una zona a nord dell’abitato, tra la ferrovia e la strada che conduce a San Dana; è probabile che la chiesa dell’abbazia sorgesse da quelle parti.
Attività prevalente dei suoi abitanti è stata, fino al secolo passato, insieme con l’agricoltura, la lavorazione della seta. “Riguardo alla seta”
scrive il Ceva Grimaldi “un piccolo villaggio verso il Capo, chiamato Giuliano, di 400 anime è il solo luogo ove si lavora: le donne vi fanno dei nastri durevoli assai, ma non lucidi, ed una stoffa mista di lana e seta, che tinta in nero serve agli abiti degli ecclesiastici” .(5)

I Giulianesi del passato, però, non furono soltanto ottimi agricoltori e capaci sericoltori: essi coltivarono anche le lettere e la musica, come attestano le dotte epigrafi raccolte e pubblicate dal mio indimenticato “maestro”, prof. Giovanni Prontera, (6
) e il compendio dei canti popolari lasciatoci dai fratelli Fuortes. (7)
Parlando della Chiesa parrocchiale di Giuliano, mons. Ruotolo afferma che essa "fu costruita su di un’antica chiesa, appartenente alla Confraternita del Corpus Domini, come si rileva da una iscrizione". (8)
ma non indica né l’anno della costruzione né il luogo in cui ha letto l’iscrizione.
Il documento più antico che contiene un accenno alla Chiesa di Giuliano è la “Relatio ad Limina”
, inviata alla Santa Sede dal vescovo di Alessano Ercole Lamia nel 1590. In essa leggiamo: "... C’è poi un altro Casale che ha nome Giuliano, nel quale c’è la chiesa parrocchiale affidata ad un Curato che prende il nome di Arciprete ed esercita la cura delle anime. In esso si trovano complessivamente 682 anime delle quali soltanto 180 sono idonee alla confessione; nella stessa chiesa ci sono le Confraternite laicali del Santissimo Sacramento e del Santissimo Rosario”. (9) Ben più interessanti, in quanto forniscono una dettagliata descrizione della chiesa e dei suoi arredi, sono i verbali della “Visita Apostolica. (10) effettuata nel febbraio del 1628 nella diocesi di Alessano da mons. Andrea Perbenedetti, vescovo di Venosa"

“In quello stesso giorno [24 febbraio 1628] il Reverendissimo Monsignor Visitatore si portò a Giuliano e si diresse alla chiesa parrocchiale di quel paese, che è intitolata a San Giovanni Crisostomo... " (11)
. Dopo essersi inginocchiato in adorazione davanti al Santissimo, il vescovo di Venosa dà inizio alla “Visita”: osserva e descrive l’altare maggiore, sul quale c’è una tela di buona fattura con l’immagine di San Michele Arcangelo, il tabernacolo, la pisside, i vasi contenenti gli oli sacri, il fonte battesimale... Quando nota qualcosa che possa portare pregiudizio alla prescritta liturgia non rispannia ordini e raccomandazioni, affinchè tutto sia conforme alle norme canoniche. Oltre il maggiore, la chiesa di allora contiene sei altri altari, dedicati rispettivamente:
- al Santissimo Rosario, con tela che raffigura la Madonna e alcuni episodi della vita di Gesù;  
- alla Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, con pala affrescata;  
- alla Vergine Annunziata, con l’affresco della Pietà “quando Cristo, staccato dalla croce, viene deposto in grembo alla Madre”;
- alla Madonna delle Grazie, la cui immagine è affrescata sul muro;
-alla Santissimima Pietà, “decorosamente scolpita nella pietra e dipinta a colori;

- alla Madonna del  Carmine, con l'immagine della Vergine affrescata sul muro.
La chiesa ha tre navate, divise da colonne di pietra. Il tetto è formato da graticci di carne e il pavimento è ben pareggiato.
Il pulpito e il confessionale, entrambi di legno, sono collocati in luogo visibile, al centro della chiesa.
Vi sono due acquasantiere: una incorporata nella parete e un’altra, in pietra viva scolpita, collocata su una colonna accanto alla porta maggiore.
La chiesa è sprovvista di torre campanaria: le due campane sono appese sul tetto e vengono suonate dal basso, mediante funi che pendono in prossimità del coro.
Dal coro si accede alla sacrestia, che si trova “in cornu epistolae”,
cioè a destra di chi guarda l'altare maggiore. La sacrestia ha il tetto a volta ed è imbiancata.

***

Come si vede, la chiesa “visitata”
dal Perbenedetti aveva una struttura diversa da quella attuale. Sostanziali modifiche, effettuate in epoche imprecisate, hanno interessato non soltanto il tetto, ma anche gli altari e la sacrestia.
Notiamo, infatti, che oggi la sacrestia è collocata a sinistra dell’altare maggiore: il piccolo locale è stato ricavato mediante l’erezione di un muro che ha chiuso, accorciandola, la navatella di sinistra della chiesa. Ciò si può agevolmte constatare osservando la parete est della stanzetta, sulla quale la caduta dell’intonaco più recente lascia vedere il completamento di un arco che ha il suo avvio nella navatella. Molto probabilmente la lunghezza della chiesa fu ridotta  e in quell’occasione, fu sacrificata anche la vecchia sacrestia,  per consentire la costruzione del campanile, avvenuta alla fine del secolo scorso, come si legge su una pietra murata a destra della porta maggiore:


FACCIATA E CAMPANILE NEL 1897-98 I FRATELLI FUORTES DI MICHELE EDIFICAVANO Arch. C. NEUBOURG


Risale a quegli anni, supponiamo, anche l'altra iscrizione che si trova sulla porta maggiore:

DIVO IOANNI CHRYSOSTOMO DICATUM
(A San Giovanni Crisostorno [questa Chiesa] è dedicata)


All’interno della chiesa vi sono altre tre epigrafi ancora perfettamente leggibili:
La più antica si trova sulla estremità della parete che affianca il dipinto della Madonna delle Grazie, affrescato sulla controfacciata, a sinistra dell’ingresso principale. E’ contenuta in un delizioso quadretto che ritrae due figure maschili abbigliate nella  moda dei nobili, che, inginocchiate e a mani giunte, sono rivolte verso l’immagine della Madonna. Sopra e ai lati delle figure c'è la seguente iscrizione:

HOC OPUS FIERI FECIT
ALERIA USOR*
RODDIANI COLEITE
AN(N)O 1564 VC.
* USOR sta per UXOR
(Quest’opera fece fare Alearia, moglie di Rodiano Coletta, nell’anno 1564. V.C.)



Accanto alle figure i loro nomi, scritti in caratteri più piccoli: Pietro e Fra(n)cissco Antonio. Le lettere “V.C.” sono probabilmente le iniziali dell’artista che ha eseguito l’opera.
Nessuna notizia abbiamo dei personaggi nominati nell’iscrizione. Questa ci consente però di fissare il termine ante quem avvenne la costruzione della chiesa: prima del 1564, data in cui fu eseguito l’affresco.

Sull’altro lato della controfacciata, in pozione simmetrica all'fresco poc’anzi descritto, si trova la Pietà. Si tratta di un bassorilievo che fungeva da pala all'altare omonimo descritto dal Pebenedetti nel 1628. L'opera nella sua impostazione si richiama ai canoni dell'iconografia classica: per il gruppo centrale (la Madonna che tiene in grembo il Figlio morto) l'ignoto artista (locale ?) ha preso a modello nientemeno che Michelangelo. Anche se eseguita in chiave assai modesta, la scultura riesce a destare nello spettatore una patetica suggestione. Il volto della Madonna, con la bocca serrata, gli occhi fissi nel vuoto, vibra di intensa drammaticità. Affiancano il gruppo centrale, sistemato ai piedi della grande croce, le figure di Maria di Giacomo . a sinistra, quasi una statua sul cui piedistallo si legge MARIA JACOBI, e, adestra, un angelo inginocchiato con le ali spiegate che reca nelle mani i simboli della Passione: il flagello e la corona di spine.  In basso, inginocchiata ai piedi del Cristo, c'è la Maddalena. Sullo sfondo, il sole, la luna, un astro e due teste alate a significare una partecipazione cosmica alla tragedia che si è consumata. Nell'angolo, in basso a destra, l'iscrizione:


NULLA NOVIT GENITRIX
ANGUSTIAS TAM DURAS
QUAM HAEC
CUM PLAGAS COMPINGERE
CAPITIS PUNCTUR (A) S
AC SPINAS ET OPP (RIMI)
FILIUM IN CRUCE
VIDIT
1612
(Nessuna Madre (ha) sopporta(to) pene tanto atroci quanto costei quando vide punture e spine straziare le piaghe del capo e il Figlio martoriato sulla Croce. 1612


Il testo richiama alla memoria lo “Stabat Mater” di Jacopone da Todi.
L’altra epigrafe presente nella chiesa, più recente rispetto alle altre due, si trova in fondo alla navata di destra, a poca distanza dal bassorilievo della Pietà. È contenuta in una targa in pietra leccese ornata di fregi e volute e sormontata dallo stemma nobiliare della famiglia Cicinelli. (12)
Eccone il testo:


D(EO) O(PTIMO) M(AXIMO)
IUVENI FABIO CICINELLO
/ DE PRINCIPIBUS CURSII
QUOD EIUS CADAVER POST
/ AN(N)OS DUOS SUPRA CE(N)TU(M)
VETERE DISCISSO LAPIDE HIC
/ CASU DETECTUM FUERIT
ET NOVO INDE CO(N)
 / STRUCTO HOC SUBTUS
/ ITERUM RECO(N)DITU(M)
MINIMUS EX FAMILIA
PIETATIS CAUSA PONI MANDAVIT
ANNO A PARTU VIRGINIS MDCCLXI


(A Dio Ottimo Massimo. Al giovane Fabio Cicinelli dei principi di Cursi, poichè il suo cadavere, dopo 102 anni, essendosi frantumata la vecchia pietra tombale, fu qui scoperto per caso,, e quindi costruita questa nuova, fu di nuovo sotterrato, il più giovane della famiglia, mosso da pietà, fece erigere nell'anno 1761 dal Parto della Vergine)


Fabio Cicinelli era figlio del Principe di Cursi, che era anche barone di una terza parte del feudo di Giuliano. Questa era stata portata in dote da Antonia Delli Falconi, agli inizi del ‘600, a Fabio Senior, nonno del giovane cui è dedicato il monumento funebre. Da Fabio senior la quota di Giuliano passò al figlio Giovanni Battista che sposò Anna Acqua-viva d’Aragona. Dal loro matrimonio, contratto nel 1641, nacquero diversi figli, il primogenito dei quali, nostro Fabio junior, morì in giovane età, sicche’ la quota del feudo passò al secondogenito Giovanni, il quale dal 1651 potè fregiarsi del titolo di Principe di Cursi. Alla morte di Giovanni, la quota di Giuliano toccò ad Antonio, che sposò la cugina Giulia, figlia di Andrea Cicinelli, suo zio paterno. Nel 1701Antonio divenne unico padrone di Giuliano, avendo comprato le altre due quote da Giuseppe Antonio Guarini. Da Antonio nacque Gio vanni Andrea, che sposò una Piccolomini. Dal loro matrimonio nacque un’unica figlia: Giulia Maria, la quale rimasta orfana a sei anni, fu affidata al prozio Giovanni Battista Cicinelli. Nel 1744 Giulia Maria andò sposa a Giovanni Andrea Caracciolo, portandogli in dote Giuliano e gli altri feudi della famiglia.
Ma torniamo al nostro Fabio junior.
Nell’archivio parrocchiale di Giuliano ab biamo trovato il suo atto di morte, che trascriviamo:
“Die 21 mensis  decembris 1659 Dominus Fabius Cicinellus etatis suae annorum decem et octo circiter in communione Sanctae Matris Ecclesiae domi ubi habitabat animam Deo reddidit; cuius corpus die 22 dicti mensis in Parocchiali Ecclesia dicti loci fuit officiatum, ac loco depositi per publicum actum fuit sepultum (...) in quorum fidem Archipresbiter Panzera". (13)

Fabio morì dunque a Giuliano. Da quanto si legge nell'atto di morte stilato dall'arciprete dobbiamo dedurre  che i Cicinelli non avevano, nel piccolo paese del Capo, una tomba di famiglia. Le spoglie di Fabio vennero infatti inumate temporaneamente (loco depositi) nella chiesa di San Giovanni Crisostomo per poi, pensiamo, essere traslate a Cursi, nella cappella di famiglia dei Principi Cicinelli. Modi e tempi del “deposito” e della successiva traslazione erano stati concordati tra la famiglia e le autorità civili e religiose mediante un atto notarile (per publicum actum) cui l'arciprete di Giuliano fa riferimento. Non si conoscono i motivi per cui il cadavere del giovane fu lasciato nella parrocchiale giulianese, dove ancora oggi riposa. Da noi spesso succede che, come dicono i Francesi, c'est  le provisoire qui dure.
Sconosciuto infine, è destinato a rimanere il committente della targa che si firma “il più giovane della famiglia”. È certamente un Cicinelli del ramo cadetto della famiglia, vissuto al tempo in cui Giuliano si trovava sotto la signoria dei Caracciolo, ma un nome non siamo propio in grado darglielo.


art. pubblicato su:"LA CAMPANA DEL VILLAGGIO" ediz. 29.6.95
"ANTICHITÀ"

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NOTE:

(1) G. ROHLFS, Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto), I, Galatina 1986, alla voce “Giuliano”.

(2) C. DE GIORGI, La Provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, II, Galatina 1975 (ristampa dell’edizione di Lecce del 1888), p.218.

(3) A. JACOB, La Visita Apostolica della diocesi di Alessano del 1628, in S. PALESE (a cura di),- Il Basso Salento. Ricerche di storia sociale e religiosa, Galatina 1982, p256.

(4) Ivi.

(5) G. CEVA GRIMALDI, Itinerario da Napoli a Lecce e nella Provincia di Terra d’Otranto nell’anno 1818, Napoli 1821, p.169-l70.

(6) G. PRONTERA, Epigrafi. Iscrizioni giulianesi, in Sudpuglia 4 (1986), Matino 1986, p.226-7

(7) G. e T. FUORTES (scelti da), Saggio di Canti Popolari di Giuliano (Terra d’Otranto), Napoli 1871

(8) G. RUOTOLO, Ugento-Leuca-Alessano. Cenni storici e attualità, Siena 1969, p.2l4

(9) A. CALORO, La 1. Relazione “ad limina” sulla diocesi di Alessano (29 maggio 1590), in Leucadia, (I), Studi e ricerche, Tricase 1986, p52.

(10) A. JACOB, op. cit..

(11) Ivi.

(12) Lo stemma araldico dei Cicinelli viene così descritto: ‘Di rosso, al cigno fermo d’ argento e la filiera d’ oro”. Al proposito, cfr.: A.FOSCARINI, Armerista e notiziario delle famiglie nobili, notabili e feudatarie di Terra d’Otranto, Sala Bolognese 1978 (ristampa dell’edizione di Lece del 1903), p49 col.2. (13) Archivio Parrocchiale di Giuliano, Libro dei Defonti fatto da me D. Antonio Panzera incominciando dall’ anno 1655, ad datam.

 
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2 commenti
Voto medio: 5.0/5

 
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